Riapertura delle scuole: guai a noi se voliamo basso

22 Maggio 2020

Il ruolo della scuola nella società va cambiato radicalmente se vogliamo sopravvivere alla crisi. Proposte da un professore millennial

Ho letto con estremo interesse il piano di Calenda per permettere alle scuole di riprendere al più presto e in sicurezza le loro attività.
Il suo allarme è più che giustificato: nonostante molti presidi e professori abbiano reagito alla pandemia a schiena dritta, rimboccandosi le maniche e organizzandosi per lavorare online, il “si salvi chi può” del Ministero ha gettato la maggior parte degli alunni italiani in una pausa didattica di fatto lunga sette mesi.
Pausa che, come ama ricordare il consigliere laziale Alessandro Capriccioli, è anche un macigno sul lavoro femminile e quindi sulla ripartenza economica.
Per salvare il salvabile, Calenda immagina una frequentazione estiva in piccoli gruppi alternati, un’espansione della didattica in altri edifici del territorio comunale, un rigido protocollo di tamponi, sanificazioni e controlli della temperatura corporea, e una chiamata alle armi per gli oltre trentamila universitari il cui corso di studi avrebbe comunque previsto un tirocinio nelle aule scolastiche.
Ancora più interessante è il piano di Tortuga, che specifica la fascia di età sia degli alunni – asilo, elementari e terza media – sia dei docenti – under 50 – che parteciperebbero alle attività estive, e si rivolge al terzo settore per coprire i buchi di organico.

Non per smorzare gli entusiasmi, ma è facile prevedere che entrambe le proposte cadranno nel vuoto. Nell’estate 2020 i docenti non muoveranno un dito.
E questo perché i docenti, presi nel loro insieme, sono una casta decaduta ma feroce, che lotta selvaggiamente per mantenere i pochi privilegi che le restano. L’attuale governo formato da Pd, Cinquestelle e Leu, che si spartiscono (con poche eccezioni) il consenso elettorale dei docenti, non oserà mai colpire il totem dell’estate libera a stipendio pieno.
Ma saltare l’estate 2020 non è per forza una sconfitta, se intanto la sfida è stata lanciata.
Ecco perché dico: andiamo oltre, chiediamo di più. Trasformiamo la scuola in una cosa diversa da quella che è stata finora, e non per la prossima estate, ma per il prossimo secolo.

Se è vero che il Pil sta per crollare del 9 o addirittura del 14%, tra un anno ci ritroveremo catapultati in una società irriconoscibile. La fame, la disperazione e la violenza usciranno dai libri di storia per invadere di nuovo i giornali. Ogni singola risorsa utile dovrà essere impiegata al meglio, in un’Italia in cui milioni di persone staranno lottando per la vita.
Da ecologista, sono convinto che lo spreco non sia solo quello del cibo lasciato andare a male o dell’acqua lasciata scorrere: si può sprecare un territorio, si può sprecare un giovane talento, e sì, si può sprecare anche un sistema scolastico.
D’altro canto, da professore sono convinto che il nostro sistema scolastico abbia immense potenzialità inespresse. Una possente infrastruttura – fisica e umana – che usiamo solo in minima parte, quando invece potrebbe diventare l’architrave dello sviluppo della nostra nazione.
In che modo?
Do tre suggerimenti.

1) Basta con l’equivalenza istruzione = ragazzi.

Le scuole devono rimanere al servizio del cittadino anche per tutta la sua vita adulta. Che sia possibile approfittare del sistema educativo solo fino a vent’anni è un gravissimo spreco e un gravissimo torto.
Nel mondo moderno l’esigenza di imparare qualcosa di nuovo può presentarsi in qualsiasi momento, e con un crollo del Pil del 14% quel momento sta arrivando per molti.
Non mi riferisco solo al famoso cinquantenne che perde il lavoro e deve “reinventarsi”. Mettiamoci in testa una volta per tutte che anche i giovani sono adulti come gli altri. Un ragazzo di vent’anni che non fa l’università è un lavoratore tanto quanto un uomo di cinquanta, anche se di solito è un lavoratore più povero.
Ebbene, la scuola serale non è adatta a soddisfare tutte le esigenze possibili. Immaginate invece un’Italia dove chiunque possa imparare nelle scuole pubbliche a usare il codice (java e php) con lezioni diluite in due mesi o concentrate in due settimane estive. Acquisirebbe in poco tempo e a costo zero la capacità più vitale che un lavoratore deve avere al giorno d’oggi.
Cento ore spalmate su dieci weekend bastano per arrivare a padroneggiare Photoshop a livelli quasi professionali. Docenti competenti e lettori madrelingua, già in servizio in centinaia di scuole, potrebbero offrire un’alternativa più popolare ai corsi Cambridge e Dele.
E se un bagnino e un maestro di sci, fuori stagione, volessero andare alla scuola di Sistemi Informativi Aziendali a frequentare corsi di diritto e di economia? Ha senso negarglielo?

A livello logistico non è un cambiamento impossibile: ricordo, per esempio, che l’Italia ha quasi 50.000 insegnanti di “potenziamento” assunti da Renzi per tornaconto elettorale, che al momento si presentano al lavoro nello stesso orario degli altri rimanendo quindi sotto-utilizzati e frustrati.

2) Basta con l’equivalenza scuole tecniche = poco studio.

Che le scuole tecniche siano un parcheggio per ragazzi svogliati lo pensano non solo le famiglie, ma, quel che è peggio, i ragazzi stessi e persino i professori. Ma nel 21° secolo la tecnica è lo scheletro di una civiltà. Quegli istituti non possono più essere le baraccopoli del sapere: devono diventare l’eccellenza e la punta di diamante del nostro paese.
Per investire un milione di euro su ciascun istituto tecnico basterebbe 1/1000 della spesa pubblica italiana.
E a chi osserva che i problemi di indisciplina delle attuali scuole tecniche non verrebbero risolti dai laboratori nuovi fiammanti e dalle borse di studio, avanzo subito la terza proposta:

3) Permettiamo ai docenti di tornare a rischiare.

L’art. 1 del Testo Unico sulla Scuola garantisce la libertà d’insegnamento, ma da qualche decennio questa libertà è sospesa di fatto.
Professori e presidi vivono nel terrore di essere denunciati. Questa atmosfera di sospetto e di cautela li induce a non osare mai: i professori non bocciano, non vanno in viaggio d’istruzione, non mantengono la disciplina con la giusta severità, perché sanno che ognuna di queste azioni sarebbe compiuta a loro rischio e pericolo. Quanto ai presidi, sono costretti a sprecare le loro energie migliori per garantirsi evitando al loro istituto ogni possibile guaio con la legge.
Perché la libertà d’insegnamento torni ad essere effettiva e le scuole ritrovino la giusta disciplina a tutto vantaggio dei ragazzi più problematici, occorre che ogni docente riceva un buono annuale da spendere sul libero mercato delle assicurazioni legali.
Uno “scudo” che dissuaderebbe gran parte delle famiglie dal tentare denunce o ricorsi, lasciando agli educatori la serenità necessaria per fare il loro lavoro senza doversi limitare al minimo sindacale.
L’operazione costerebbe 1/2000 della spesa pubblica italiana. E chissà, restituendo ai docenti un po’ del loro antico prestigio forse li renderebbe più aperti al cambiamento.

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