L’eolico marino in Romagna, spiegato bene

07 Luglio 2020

Una sfida innovativa per incalzare un Paese politicamente arretrato. Lega contraria, PD diviso, +Europa e Verdi vedono le carte e rilanciano

Sapete qual è la tendenza dell’estate 2020 in Riviera? Starete sicuramente pensando a qualcosa di divertente, ma questa volta no. Quest’anno i giornali locali e i social media si sono popolati di “opinionisti della vita” più o meno influenti che si sono riscoperti ingegneri energetici, biologi, ornitologi e businessmen.
E sapete qual è il tema caldo che ha guidato questa “rivoluzione culturale”?
Si discute e si filosofeggia a proposito di uno degli impianti eolici off-shore più grandi d’Europa, che potrebbe sorgere proprio al largo della costa riminese.

Visto che certamente avrete letto un sacco di opinioni, magari anche stravaganti, sia sulla gestione politica del progetto, sia sulla realizzazione tecnica vera e propria, è necessario fare un po’ di chiarezza.

L’idea di sviluppare un parco eolico nell’Adriatico nasce nel 2006 grazie ad un Protocollo d’Intesa tra la regione Emilia-Romagna e le province di Rimini, Ravenna e Forlì-Cesena.
L’obiettivo è quello di effettuare uno studio approfondito in previsione del futuro sviluppo di un impianto off-shore al largo della costa riminese. Nel 2011 quindi, viene stipulata una convenzione tra la Provincia di Rimini e la società privata ENERGIA Wind 2020 Srl che inizia a condurre alcuni studi anemometrici nell’area d’interesse.
In seguito a svariate analisi e incontri coi diversi uffici tecnici locali di competenza, con il benestare di TERNA, il 30 marzo 2020, la società presenta la richiesta di concessione demaniale e Autorizzazione Unica presso gli uffici del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con successiva presentazione di un progetto preliminare.
A breve partirà la procedura di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per consentire l’elaborazione del progetto definitivo da sottoporre al MIT che rilascerà la Concessione Demaniale.

A questo punto è d’obbligo spiegare da dove nasce la necessità di realizzare impianti eolici off-shore in Italia.

La risposta è semplice e si chiama Piano Nazionale Integrato Energia e Clima 2019 (PNIEC) redatto al fine di recepire le Direttive Europee in merito agli obiettivi di ecosostenibilità al 2030.
Il PNIEC prevede un obiettivo di crescita minimo (relativamente all’eolico off-shore) di 300 MW entro il 2025 e di 900 MW al 2030.

L’impianto di Rimini produrrebbe 330 MW e perciò soddisferebbe gli obiettivi fissati per il 2025 a livello nazionale.

L’ambizioso risultato verrebbe ottenuto grazie a 59 pale eoliche con hub a 125 metri di altezza e rotore con raggio di 81 metri.
Va detto, quindi, che l’impatto paesaggistico non è certamente trascurabile.
Ad ogni modo occorre sottolineare che a livello nazionale l’impatto paesaggistico sul pelo della superficie marina non è normato, bensì esiste una direttiva UE del 2014 (Direttiva Comunitaria 89/2014/UE) che impone agli stati membri di dotarsi di Piani di Gestione dello Spazio Marittimo entro il 2021.
Questo implica che si realizzino studi approfonditi in merito ad ogni tipo di attività economica che si svolge in mare e il relativo impatto ambientale. L’obiettivo è quello di promuovere uno sviluppo economico sostenibile delle aree marine/costiere e di far sì che l’interazione con le attività di terra sia massimizzato, delinenando un modello sostenibile di economia e di sfruttamento del territorio.

Per farla breve, l’Italia è ancora in fase di recepimento, certo nei limiti delle scadenze previste, ma è chiaro che si è fatta cogliere impreparata per l’ennesima volta dimostrando di non essere un Paese con una legislazione moderna ed efficace.

Purtroppo, il risultato di quest’arretratezza normativa sono le troppe speculazioni che le diverse fazioni politiche stanno mettendo in atto sui media.
Francamente è penoso ridurre il dibattito a dei No ideologici o con motivazioni del tipo “le pale sono brutte”, come del resto non è neppure accettabile che si dica Sì soltanto per rivalità con i partiti del No.

Al momento è difficile evidenziare criticità invalicabili nel progetto preliminare, perché le soluzioni presentate sono diverse e aperte a modifiche e adeguamenti tecnologici.
Inoltre, non esiste ancora uno studio definitivo sulle reali conseguenze economiche sul settore turistico dovute all’impatto paesaggistico dell’opera.
Per ora, i temi di dibattito non hanno riscontri ufficiali quantificati, se si eccettuano gli svariati studi commissionati da associazioni e uffici tecnici.

Ad ogni modo il 4 luglio 2020 è scaduto il termine per poter depositare presso la Capitaneria di Porto eventuali studi indipendenti in favore di dubbi e perplessità di soggetti istituzionali o associazioni.

A livello prettamente politico, la Lega si è schierata saldamente dalla parte del No con motivazioni principalmente di carattere estetico, con il timore che possa esserci un impatto negativo sul turismo.
Ripeto però che non sono stati presentati studi approfonditi per tentare di dimostrare questa tesi.

La Provincia di Rimini guidata dal PD si è detta favorevole mettendo a tacere le fazioni che l’accusano di poca trasparenza e partecipazione durante l’iter di avvio delle procedure per la concessione.

La Regione Emilia-Romagna, a traino PD, fino a poco tempo fa sembrava esprimere parere favorevole per poi virare verso un No quasi categorico per via degli stessi dubbi citati dalla Lega.

Il Comune di Rimini, attraverso un comunicato del Sindaco Dem Andrea Gnassi, che fino a qualche tempo fa, si trovava in linea con il parere della Provincia, ora si è appiattito alle indicazioni della Regione.

I Verdi si dicono favorevoli con riserva visto che ancora un progetto definitivo con relativa VIA non è stato presentato.

Più Europa sostiene assieme ai Verdi una posizione favorevole di cautela, ma in aggiunta chiede che un’opera di tale entità venga accompagnata da un piano energetico di lungo periodo che guardi a tutto il territorio, per una diffusione radicata delle rinnovabili e per la creazione di un “cerchio” sostenibile anche economicamente che porti a ridurre i costi dell’energia elettrica per la cittadinanza.

Ad ogni modo, ora la palla ritorna nelle mani del MIT (Ministero Infrastrutture e Trasporti) ed entro il 2021 verrà presentato un progetto definitivo corredato di VIA e studi di impatto definitivi, quindi la decisione di rilascio o meno della concessione demaniale sarà una scelta nazionale.

In conclusione, si può affermare che su questo primo banco di prova che parla di innovazione, tecnologia, sostenibilità economica ed ambientale, la politica non sembra si stia dimostrando preparata e seria a tal punto da poter sfruttare al meglio quest’occasione di sviluppo.
Non è semplicemente una questione di Sì o No, perché quello dovrebbe prescindere da opinioni di partito slegate dai numeri, ma un dibattito razionale fatto di collaborazione, dati e meno demagogia sarebbe stato un grande segnale di maturità e serietà, un grande passo per il futuro considerando il livello del dibattito pubblico italiano.

Se l’Italia è un paese non al passo coi tempi, da un punto di vista normativo, in fondo è responsabilità della classe dirigente del Paese, di una politica carente di Coraggio, talvolta anche di Competenze, che ha timore nel promuovere una forte sensibilità verso l’innovazione, che non si rivolge, eccetto in casi rari, ai giovani, che continua a difendere un indifendibile Status Quo per paura di perdere consenso.
Questi sono gli ingredienti perfetti per tenere in piedi un paese arretrato senza ambizioni, ma soprattutto senza futuro.

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