Cibo per 10 miliardi: il pianeta può resistere?

06 Luglio 2020

Uno studio pubblicato su Nature propone una riorganizzazione mondiale dell’agricoltura in chiave sostenibile. Per l’Europa è un’occasione

Secondo le stime delle Nazioni Unite entro il 2050 la popolazione mondiale supererà la soglia dei 9 miliardi, avvicinandosi sempre di più alla doppia cifra.

La sfida sembra impossibile: garantire la sicurezza alimentare tramite un’agricoltura sostenibile è un compito tanto fondamentale quanto utopico per molti, e già ora, con l’attuale produzione di cibo, ci sono ben quattro planetary boundaries che vengono violati in tutto il mondo, sia regionalmente che che globalmente.

(Planetary boundaries, cioè? Si tratta di categorie che provano a definire i limiti bio-geofisici che il nostro pianeta ha nel sopportare l’impatto delle attività umane.)

Sembra però che non sia effettivamente così: un cambiamento sostenibile è possibile.

Uno studio pubblicato su Nature nel gennaio 2020 ci spiega come, attraverso una completa revisione della supply chain (catena dei fornitori) e del consumo di cibo, la terra sia capace di offrire nutrimento a 10 miliardi di persone, rispettando tutti i limiti del nostro pianeta.

L’attuale produzione arriva a nutrire in modo soddisfacente 6,7 miliardi di esseri umani, con l’aggravante però di non rispettare in maniera altrettanto soddisfacente alcuni dei sopradetti boundaries.

Se volessimo indagare su quali limiti stiamo violando e cercare di rispettarli, di colpo scopriremmo che l’attuale produzione è in grado di nutrire appena 3,4 miliardi di persone.

In alcune aree del mondo un tale tentativo farebbe calare la produzione fino al 70%. Insomma: ora come ora non si può pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Ma lo studio ci fa notare che esiste la possibilità controbilanciare queste ingenti perdite adottando sistemi di produzione del cibo sempre più sostenibili, che ci farebbero passare da una perdita globale che si aggira intorno al 49% ad un guadagno del 53% rispetto alla situazione attuale.

Il primo passo sarebbe la ristrutturazione delle coltivazioni in tutto il mondo. Lo sfruttamento sostenibile e mirato delle risorse e delle tecnologie su scala mondiale aiuterebbe a rispettare i limiti in regioni sfruttate all’eccesso e garantirebbe la massimizzazione della resa in aree non ancora sfruttate a dovere.

L’espansione di aree agricole in zone adatte ma poco utilizzate, il miglioramento delle reti di irrigazione ed un uso maggiore dei fertilizzanti in regioni del mondo che non presentano alti livelli di inquinamento (comunque inferiore alla loro diminuzione in quelle più inquinate) sarebbero, secondo gli autori dello studio, alcune delle componenti di questo completo restyling dell’agricoltura.

Un ulteriore guadagno in termini produttivi lo si otterrebbe con un impiego sostenibile dell’acqua e con un management dei nutrienti distribuito su tutte le aree dedicate all’agricoltura: per fare solo tre esempi, investimenti nell’irrigazione, riqualificazione di aree degradate e aumento dell’efficienza (cioè calo dell’inquinamento) nell’uso dei pesticidi inquinanti.

Se a ciò si aggiungessero migliorie sul fronte del consumo di cibo, come lotte agli sprechi e modifiche della dieta, si arriverebbe finalmente a garantire una dieta ADER (average dietary energy requirement, cioè in grado di soddisfare il fabbisogno medio di energia) ad una popolazione di 10 miliardi di persone.

Il tutto riducendo l’anidride carbonica nell’atmosfera di 35 particelle per milione (al momento sono 445) e ribaltando quindi la storica e continua violazione del boundary legato al cambiamento climatico.

Non solo: si otterrebbe anche una riduzione delle emissioni dei gas serra diversi dalla CO2. Approfittare di questa opportunità garantirebbe un aumento di kcal non indifferente, rispetto a oggi, anche in regioni semi-aride quali l’Africa subsahariana e l’Asia centrale.

Non tutti però avrebbero da esultare. Rispettando i limiti del pianeta alcune regioni, tra le quali il Medio Oriente, l’Indonesia e buona parte dell’Europa, si ritroverebbero con una minor produzione in termini di kcal rispetto a oggi.

Ciò le renderebbe dipendenti dal commercio internazionale o da nuove tecnologie capaci di rivoluzionare ulteriormente i processi produttivi. Di qui l’importanza del commercio globale, senza il quale un piano del genere è di fatto irrealizzabile.

In questa situazione di rischio, le maggiori potenze devono compiere un passo in più: limitarsi a gestire lo status quo non è più abbastanza.
L’Unione Europea in particolare deve distinguersi ancora di più come capofila nella sostenibilità e nell’innovazione, assumendo la leadership di questa nuova rivoluzione agricola con forza e coesione.
L’unità si rivela sempre più importante per vincere le sfide che andremo ad affrontare, e la cooperazione sarà la chiave per la sopravvivenza del nostro stile di vita.

L’UE, tra le varie iniziative del Green Deal, ha posto le basi per rivoluzionare l’approccio europeo alla produzione e fruizione di cibo. Un passo decisivo per garantire al vecchio continente una posizione di rilievo nella prossima “green revolution”.

I pilastri sui quali si fonda il progetto europeo Farm to Fork, che a detta della stessa UE è il cuore del Green Deal, sono: una produzione più sostenibile, un trattamento mirato, un consumo cosciente e una riduzione degli sprechi.

(Sarebbe interessante approfondire quanto questo progetto sia in linea con le indicazioni dello studio di Nature).

In uno scenario di negoziati mondiali sul clima, è stato dimostrato che l’inizio di un percorso da parte di un blocco di paesi influente come può essere il nostro porterebbe il resto del mondo a seguire. Questo perché le tecnologie diventerebbero economicamente abbordabili per tutti, il know-how acquisito verrebbe esportato e la cooperazione internazionale ne trarrebbe enormi vantaggi.

Il costo sarà salato, e incontrerà una forte opposizione, ma aiuterà l’influenza europea ad espandersi enormemente, andando a sovrapporsi a quella sino-americana che ora divide il mondo, con la creazione di un possibile terzo polo.

Ciò che non dobbiamo dimenticare è che il costo della prevenzione sarà sempre inferiore a quello della cura, e che la repentinità dell’intervento è cruciale nella lotta al cambiamento climatico.

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