Detassare il lavoro con il carbon pricing

04 Giugno 2020

Esiste una via per ridare ossigeno sia al pianeta che ai lavoratori. Ma occorre trovare un milione di firme

Lo scorso 27 Giugno 2019, la più importante organizzazione scientifica che si occupi di ambiente e di risorse economiche, la European Association of Environmental and Resource Economists, lanciava a Manchester una proposta di carbon tax, chiamata Economists’ Statement on Carbon Pricing (EAERE), ottenendo in 24 ore l’adesione di più di 600 firmatari tra accademici e scienziati di tutta Europa.

Sulla scia di tale proposta, in questi giorni è stata lanciata un’iniziativa dei cittadini europei per potenziare il sistema di scambio di emissioni dell’Unione Europea (ETS), aumentando sia la platea dei settori industriali toccati sia il costo minimo di emissione.

L’ETS è uno strumento di politica ambientale, basato su meccanismi di mercato, atto a controllare le emissioni dei paesi aderenti.
Ad oggi il sistema di ETS opera in tutti gli Stati membri oltre che in Liechtenstein, Islanda e Norvegia, limitando le emissioni di circa 11 mila tra provider energetici, grossi impianti industriali e aerolinee: di fatto copre il 45% delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE.

Il carbon pricing non è nulla di nuovo né di particolarmente innovativo.
La Svezia per esempio adottò politiche di carbon pricing già nel 1991, e nel 2018 il prezzo di emissione di una tonnellata di CO2 nel paese scandinavo corrispondeva a 139 dollari.

(Per chi fosse interessato ad approfondire la proposta dell’EAERE e i possibili strumenti utilizzati nella lotta al surriscaldamento globale, vi invito a leggere l’articolo Che cos’è il carbon pricing su Jeune Europe).

LA PROPOSTA

Ma veniamo al testo dell’iniziativa, che si può reperire al sito stopglobalwarming.eu.
Gli obiettivi della proposta sono tre.

Primo, aumentare il prezzo minimo per tonnellata di CO2 da quello attuale (che fluttua tra i 10 e i 25 euro) a 50 euro.

Secondo, introdurre un meccanismo di border adjustment per non svantaggiare le imprese all’interno dell’Unione Europea, imponendo dazi equivalenti per tutti i paesi all’infuori dell’Unione che non aderiscono al sistema di scambio di emissioni (ETS).
Le nuove regole dovrebbero inoltre includere anche settori come l’aviazione internazionale e il trasporto marittimo, attualmente esclusi dall’ETS.

Terzo, e questo è il punto a mio parere più interessante, i ricavi dovrebbero essere investiti per diminuire l’imposizione fiscale sul lavoro e sui redditi più bassi, oltre che per incentivare investimenti per l’efficientamento energetico e le rinnovabili.

Le iniziative dei cittadini europei, nel caso in cui raggiungano il milione di firme, vengono poi esaminate dalla Commissione Europea che si incarica a sua volta di trasformarle in proposte legislative, da discutere nel Parlamento e nel Consiglio.

I dettagli dell’iniziativa qui in esame, se dovesse raggiungere il quorum, verrebbero quindi ridiscussi e probabilmente subirebbero sostanziose modifiche.
In questo breve articolo mi soffermerò dunque sulla solidità di alcune delle idee sottostanti a questa iniziativa, più che sui suoi dettagli particolari.

Molti Stati membri dell’Unione Europea sono all’avanguardia nell’adozione delle rinnovabili e il sistema di ETS dell’UE è stato preso spesso a modello in giro per il mondo.
Purtroppo però la crisi climatica si fa di anno in anno più grave e anche il modello europeo risulta insufficiente agli occhi di una parte sempre più consistente della comunità scientifica.
Nonostante i suoi limiti, comunque, l’ETS ha grandi potenzialità, ed è per questo che l’iniziativa di cui stiamo parlando mira a rafforzarlo piuttosto che reinventarlo.

[Fonte: 2020 State of the EU-ETS-Report-Long-Presentation]

UN DOPPIO GUADAGNO

Veniamo quindi al punto a mio parere più interessante dell’iniziativa, l’utilizzo dei ricavi derivanti dall’ampliamento del sistema di ETS.
Fino ad oggi i fondi sono stati utilizzati solo per incentivare le energie rinnovabili, l’efficientamento energetico e il trasporto sostenibile.

(qui sotto le cifre in miliardi di euro per periodo 2013–2017:)

[Fonte: Report from the European Commission to the European Parliament and Council — SWD (2018), 453 final]

La grande novità di questa iniziativa sta proprio nell’utilizzare le nuove risorse per una detassazione del lavoro, a vantaggio di imprese e lavoratori.
In un momento chiave per l’Unione Europea, che si ritrova a dover ripartire dopo due dei trimestri più neri della sua storia, le tasse distorsive sul mercato del lavoro rappresentano un enorme fardello per la ripresa dell’occupazione.
Inoltre, la Commissione Europea è alla disperata ricerca di soluzioni fiscali per poter allargare il suo bilancio pluriennale e utilizzare le risorse aggiuntive nell’economia verde e nel mercato del lavoro.

Infine, utilizzare i ricavi di questo carbon pricing per diminuire la tassazione sul lavoro permetterebbe una più facile accettazione della nuova misura e andrebbe a tutelare le fasce più deboli, incentivando l’occupazione e compensando una possibile perdita del potere di acquisto (per l’aumento dei prezzi) con una crescita dei salari netti.

(Qui alcuni dati utili su Scandinavia, Germania e altre economie).

In termini di occupazione, l’effetto di una minore tassazione sul lavoro andrebbe a sommarsi a quello degli investimenti sulle energie rinnovabili e sull’efficientamento energetico.
Difatti, uno studio dell’Università di Oxford ha dimostrato come questi investimenti richiedano una forza lavoro maggiore rispetto a quelli nel fossile, con una media di 7,49 posti di lavoro generati per ogni milione di dollari investito in rinnovabili e 7,7 per ogni milione investito nell’efficientamento energetico, contro i 2,65 per investimenti nei combustibili fossili.

[Fonte: Nasa]

CONCLUSIONE

Come evidenzia l’Economist sul suo articolo del 23 maggio scorso The world urgently needs to expand its use of carbon prices, le difficoltà di attuare una simile proposta non sarebbero poche: dal determinare l’impronta ecologica in termini di CO2 ‑o gas equivalenti- di beni e servizi forniti da ogni impresa, fino all’imprevedibile reazione di superpotenze come Cina ed India, che potrebbero rispondere al meccanismo di border adjustment con nuovi dazi sui beni dell’UE.

Nonostante queste enormi sfide, però, credo che l’Unione Europea debba continuare nel suo ruolo di precursore nella lotta al cambiamento climatico.

Questa iniziativa dei cittadini europei può fornire una spinta per andare nella direzione giusta.
Vi invito a leggerla e condividerla: insieme possiamo ancora cambiare rotta.

PER SAPERNE DI PIÙ

Read More – Stop Global Warming (European Citizen Initiative on Carbon Pricing)

Trust in the Single Market? The case of the EU Emissions Trading System

EU economists call for carbon taxes to hit earlier net zero goal

Will COVID-19 fiscal recovery packages accelerate or retard progress on climate change?

http://www.oecd.org/env/country-reviews/50418430.pdf?fbclid=IwAR3iiDvRIn6sfpXR4QnirK1va6O83mweMu-au2KNDlgJbfLeNuUkQA9orAM

http://www.ees.uni.opole.pl/content/03_10/ees_10_3_fulltext_01.pdf

http://www.worldecotax.org/downloads/info/documentation_gtz-Workshop.pdf

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